

Per ora solo uno dei 13 indagati dell’inchiesta “Medea” sta spontaneamente parlando
con la procura: Luciano Licenza, imprenditore protagonista della “finta primavera di Casapesenna“, cui, sotto la casa del fratello fu realizzato un bunker nel quale Michele Zagaria forse non si nascose mai.
Fu sequestrato un anno fa, quando Licenza rese le prime, parziali, ammissioni.
Da due giorni, quell’imprenditore è un fiume in piena: dice di essere stato costretto a incontrare Zagaria quando era un latitante, racconta di aver pagato mazzette per 25 anni per accaparrarsi gli appalti regionali affidati in somma urgenza per la manutenzione della rete idrica.
E, tra il 2003 e il 2004, sostiene di aver pagato anche Tommaso Barbato (nelle foto).
Trentamila euro di tangenti che tra il 2003 e il 2004 gli consentirono di tenere in pugno gli appalti per l’acquedotto.
Soldi che Licenza ha raccontato di aver consegnato nelle mani di Tommaso Barbato, all’epoca responsabile regionale per il ciclo integrato dell’acqua, per garantirsi ciò che altri funzionari gli avrebbero garantito dal 1990, anno in cui ottenne i primi appalti per conto dell’ente campano, fino al 2014, momento in cui fu colpito da un avviso di garanzia.
Saranno le ulteriori indagini dei Ros, innescate dalle dichiarazioni di Luciano Licenza, a stabilire se le somme urgenze sono state un sistema per piegare l’iter a favore delle aziende di Casapesenna e se ad oleare il meccanismo erano le mazzette.
Per il momento, l’asso nella manica della procura ha già fatto riempire pagine e pagine di verbali.
Licenza due giorni fa ha parlato per sette ore con i magistrati della Dda, spiegando la sua versione dei fatti relativamente al sistema delle somme urgenze con le quali sarebbero stati manipolati per anni gli affidamenti dei lavori di manutenzione dell’acquedotto campano.
E, sulla scorta di quei racconti, si apre di fatto un nuovo filone investigativo, perché i verbali redatti mercoledì sono pieni zeppi di parti secretate.
Licenza ha reso dichiarazioni ammissive, non è un collaboratore di giustizia.
Difeso dagli avvocati Carlo De Stavola e Pasquale Diana, ha fatto sapere che rinuncerà al Riesame, che era fissato per venerdì 31 agosto.
Due giorni fa, nel carcere di Santa Maria Capua Vetere in cui si trova recluso, ha ricostruito, in sette ore, ventiquattro anni di rapporti tra la sua azienda (la Vi. Car., della quale era socio con Pino Fontana) e alcuni funzionari regionali.
Non c’è stato un riferimento diretto a Franco Zagaria, il cognato defunto del boss Michele, che secondo la Dda si occupava di fare da intermediario tra i costruttori e i manager per l’affidamento dei lavori pubblici, ma Licenza ha chiaramente detto che nel biennio 2003-2004 il suo riferimento, per assicurarsi i lavori, era l’ex senatore Tommaso Barbato.
In particolare ha parlato di una tangente di circa 30.000 euro consegnata in più tranche direttamente a casa del politico, a Marigliano.
Dal canto suo, Barbato, difeso dall’avvocato Francesco Picca, ha giustificato quelle entrate: erano, a suo dire, finanziamenti per il partito.
E, tra il 2000 e il 2005, Barbato era presidente provinciale dell’Udeur; l’anno seguente si candidò al Senato e fu eletto.
Accanto alla figura di Licenza c’è quella di Orlando Fontana, l’uomo che serberebbe i segreti di Zagaria, colui che avrebbe pagato 50.000 euro a un poliziotto, mai identificato, che avrebbe preso in consegna dal boss una pen drive.
Orlando Fontana, tra gli imprenditori indagati nell’inchiesta “Medea”, fu il solo che non aderì alle denunce contro il racket che fecero pensare che a Casapesenna si stesse verificando una sorta di primavera anti camorra.
Ma lui è in carcere, due giorni fa il Riesame ha confermato l’ordinanza spiccata dal gip, con l’accusa di aver corrotto un poliziotto.
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