Pontelatone. Reintegrato e risarcito dalla Cassazione operaio licenziato per avere offeso un superiore
Il Giudice del lavoro ha accolto la domanda di un dipendente di un’azienda privata che lo aveva licenziato senza preavviso,
per un insulto ad un suo superiore, sul luogo di lavoro.
L’episodio si è verificato lo scorso anno e da allora un operaio di Pontelatone, con moglie e figli a carico, per quattordici mesi era rimasto senza stipendio.
Lo stesso ha ammesso che la diatriba con il suo superiore era avvenuta e non ha contestato l’esistenza dell’illecito, bensì la valutazione della sua gravità.
Nel rivolgersi, con parole offensive, al superiore, che lo aveva richiamato all’ordine, ora ha lamentato l’errata qualificazione dell’illecito disciplinare che, a suo dire, sarebbe lieve, tale da non giustificare il licenziamento.
Del resto, l’interessato non aveva rifiutato alcuna prestazione lavorativa e, nel corso del giudizio, aveva fatto notare che nel contratto collettivo di categoria la sanzione espulsiva era accostata a gravi reati accertati con sentenza definitiva.
Annullato quindi il licenziamento dal giudice, la società aveva proposto ricorso in Cassazione che però ha osservato che le parole profferite dal lavoratore siano state di fatto ricondotte a un turbamento psichico transitorio (accertamento di merito precluso in Cassazione).
La suprema corte ha così confermato la sentenza di appello impugnata, evidenziando che “il contratto collettivo parifica all’insubordinazione grave, giustificativa del licenziamento, gravi reati accertati in sede penale, quali il furto e il danneggiamento“: per questo si deve “ritenere rispettosa del principio di proporzione la decisione della Corte di merito, che non ha riportato il comportamento in questione, certamente illecito, alla più grave delle sanzioni disciplinari, tale da privare dei mezzi di sostentamento il lavoratore e la sua famiglia”.
La sanzione dunque era totalmente sproporzionata rispetto ai riflessi economici e sociali che la stessa avrebbe potuto determinare sull’interessato.
La stessa azienda è stata condannata al pagamento di 3.000 euro di spese giudiziarie e, ovviamente, oltre al reintegro del lavoratore, al rimborso delle mensilità che questi non ha percepito, nonchè ulteriori danni biologici, da valutarsi in sede civile.
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