PONTELATONE. Un altro sospiro di sollievo per gli utenti di Poste Italiane. Il Consiglio di Stato sancisce lo stop definitivo alla chiusura degli sportelli di periferia

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I giudici: “Il punto di accesso all’ufficio postale non deve superare la distanza massima di cinque chilometri dal luogo di residenza per il 92,5% della popolazione. Le strade che portano a Poste Italiane devono essere percorribili in condizioni di sicurezza materiale ma devono essere altresì servite da mezzi pubblici, in maniera che l’accesso non sia condizionato dalla disponibilità di mezzi privati” 
Non è consentito chiudere gli uffici postali nei piccoli centri se non vengono rispettate le distanze in rapporto alla popolazione e se la scelta non viene adeguatamente motivata in relazione ai disagi che arreca. La sesta sezione del Consiglio di Stato segna, con la sentenza n. 1262 depositata l’11 marzo, un ulteriore tappa nella saga che vede contrapposti i Comuni, spalleggiati dall’Anci, e Poste Italiane, che da più di un anno si sta aggrovigliando a suon di ricorsi e sentenze, non sempre favorevoli alle amministrazioni locali. Questa volta il giudice amministrativo riconosce le buone ragioni dei primi cittadini, i quali hanno in massa alzato le barricate contro il piano industriale presentato da Poste Italiane che dal prossimo 13 aprile dovrebbe condurre alla chiusura di 455 uffici postali sul territorio nazionale e alla riduzione di orario di apertura in altri 608. L’occasione è fornita da un piccolo Comune del salernitano che si è opposto alla chiusura dell’ufficio postale sito in una frazione a causa della anti economicità della gestione. Poste ha vinto la partita in primo grado, ma Palazzo Spada ribalta radicalmente il verdetto e dà ragione al sindaco. 
Le motivazioni di Palazzo Spada – La decisione della sesta sezione si fonda su due motivi, il primo dei quali è legato al criterio di distribuzione degli uffici nella distanza massima di accessibilità al servizio espressa in chilometri percorsi dall’utente, fissato dal Dm 7 ottobre 2008. La novità della sentenza sta nella puntigliosa e millimetrica analisi del rapporto popolazione/distanze grazie alla quale arriva alla conclusione che, dati alla mano, non viene soddisfatto il parametro che vuole il punto di accesso entro la distanza massima di cinque chilometri dal luogo di residenza per il 92,5% della popolazione. Altra singolarità è che la sentenza basa le conclusioni su una verifica sul campo effettuata dal prefetto, contenente anche dati forniti dal direttore territoriale dell’Aci, in cui, oltre alle distanze, si è valutata l’effettiva percorribilità della strada principale e di quella secondaria, le cui condizioni sono risultate disagevoli. Secondo il Consiglio di Stato, l’espressione “accessibilità al servizio” utilizzata dal Dm “non può prescindere dall’effettiva e normale percorribilità delle strade di accesso agli uffici postali in termini di reale e conveniente fruibilità da parte dei cittadini”. E rincara: non solo le strade devono essere percorribili in condizioni di sicurezza materiale ma devono essere altresì servite da mezzi pubblici, “in maniera che l’accesso non sia condizionato dalla disponibilità di mezzi privati”. La seconda considerazione, che trova fondamento anche in altre pronunce favorevoli ai Comuni, riguarda le motivazioni su cui è basata la chiusura dell’ufficio postale, che nel caso specifico hanno avuto riguardo al solo profilo economico e gestionale. Poste Italiane, adombrano i giudici, non può fare spending review sulle spalle dei piccoli Comuni, determinando disservizi e disagi soprattutto alla popolazione anziana e a quella priva di strumenti tecnologici, perché le chiusure devono tenere conto della dislocazione degli uffici postali, con particolare riguardo alle aree rurali e montane, ma anche delle conseguenze che la relativa presenza produce sull’utilità sociale. Consiglio di Stato, sentenza n. 1262 depositata l’11 marzo dell’anno 2015
Domenico Iodice

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