Alvignano. Appello rinviato per il processo a carico dell’ex sindaco Bove e degli ex assessori Romano e Simeone

Grande attesa venerdì 20 marzo, innanzi alla Corte di Appello

di Napoli, per l’udienza, poi rinviata all’8 maggio, relativa alla condanna a tre anni tre di reclusione e interdizione perpetua dai pubblici uffici,  a carico dell’ex sindaco di Alvignano Domenico Bove (nella foto), nonché, sempre per la stessa vicenda, la condanna a due e mesi sei di reclusione per gli ex assessori comunali Sergio Romano e Antonio Simeone.

I tre politici furono condannati anche all’interdizione perpetua dai pubblici uffici, sebbene Romano oggi rivesta la carica di consigliere comunale in minoranza.

Bove, Romano e Simeone, furono arrestati dai Carabinieri di Caserta, all’alba dell’8 giugno del 2007, accusati e per questo motivo condannati dal presidente del collegio ‘B’ della seconda sezione penale Luigi Picardi, del reato di concussione nei confronti di Vincenzo Santagata e Carmine Sgueglia.

Seppur salvati dall’indulto per quanto riguarda la reclusione e dalla sola prescrizione per le accuse di corruzione e turbativa d’asta, atteso che il processo è durato ben sette anni, l’ex sindaco e gli ex assessori comunali sono stati dichiarati anche interdetti in perpetuo dai pubblici uffici e condannati al risarcimento del danno nei confronti della parte civile, l’imprenditore e già consigliere comunale di minoranza nell’amministrazione Bove, Vincenzo Santagata, che si era costituito in giudizio dopo aver denunciato tempo prima le condotte illecite assunte dagli allora vertici amministrativi del comune.

Dalle indagini e soprattutto dall’informativa dei Carabinieri, sono emersi particolari a dir poco agghiaccianti:

Santagata era consigliere comunale di minoranza durante la legislatura del sindaco Bove e, agli inizi del 2006, Bove si trovò in difficoltà perchè alcuni consiglieri comunali di maggioranza lo avevano abbandonato e non era quindi in grado di far votare il bilancio.

Qualora ciò fosse avvenuto, l’Amministrazione sarebbe decaduta e il Comune commissariato.

Santagata quindi fu pressato in molti modi da Bove e Romano per cercare di entrare in maggioranza, ma aveva sempre rifiutato.

I primi contatti, sempre per conto del sindaco pro tempore, furono instaurati da Mario Ruzzo, padre di un candidato nella lista civica che sosteneva Santagata alle elezioni e da un suo amico, Nicolino Zullo, che sarebbe stato esplicito:

Vincenzo stai attento perchè questi stanno tutti contro di te e ti faranno rappresaglie, ti faranno cose brutte se non ti metti con Bove, che poi tra l’altro è una persona che ti può dare lavoro, ti può dare questo, ti può dare quello e tutto il resto”.

Così Santagata avrebbe raccontato la vicenda ai Carabinieri durante le indagini.

Poi fu la volta di Simeone e Romano: Santagata si lamentava con costoro che non veniva mai interpellato per i lavori e gli fu consigliato di cercare un accordo con il sindaco Bove.

Quando il sindaco apprese da Sergio Romano che mancava solo una firma per metterlo in minoranza, sempre secondo gli inquirenti, perse il controllo della situazione.

Infatti Bove, nei confronti di Santagata tirò fuori l’asso, perchè quest’ultimo aveva in essere con la moglie Gabriella Barone dei lavori edilizi ed era in contrasto con il suo vicino di terreno, tale Giuseppe Visca.

Arrivò un esposto al Comune per quei lavori edilizi e scattò immediatamente, secondo i Carabinieri che hanno indagato, la “rappresaglia” nei confronti di Santagata.

Qualche giorno prima della fatidica seduta di Consiglio Comunale, dove si doveva approvare il bilancio, racconta Santagata che: “verso la metà di febbraio del 2006, l’assessore ai lavori pubblici, Sergio Romano, mi chiamò in disparte nei pressi del Comune, minacciandomi di procedere alla sospensione dei lavori di cui ho (fatto) menzione in precedenza.

A ciò risposi a tono dicendo che non avrebbe potuto procedere in tal senso in quanto, oltre a non essere competente nell’edilizia i lavori erano svolti in conformità.

Il Romano quindi avrebbe risposto: “Qua comando io e nessun altro!” .

In pratica l’epilogo si ebbe il 29 marzo del 2006, alla vigilia del Consiglio Comunale, quando a Santagata fu notificato il provvedimento di sospensione dei lavori.

L’atto era a firma del Responsabile dell’ufficio Antonio Simeone e trovava fondamento nelle lamentele di Giuseppe Visca.

Perchè non si potesse equivocare il collegamento tra la sospensione dei lavori e le vicende politiche, secondo gli inquirenti, fu reso esplicito.

Infatti la madre di Sergio Romano, Antonietta De Marco, addetta alle notificazioni, avrebbe detto a Santagata, a proposito delle ragioni del provvedimento:

vai a vedere sopra, ci sta il sindaco e chiedi spiegazioni”.

Santagata quindi avrebbe dovuto rivolgersi al primo cittadino che (sulla carta) non c’entrava affatto con una vicenda dell’ufficio tecnico, per cui, prima di recarsi dal sindaco, si sarebbe fermato proprio nell’ufficio tecnico, chiedendo spiegazioni a Simeone, firmatario del provvedimento, che quasi schernito avrebbe fatto capire che lui, sebbene avesse firmato l’atto, non c’entrava con la vicenda.

Santagata, quindi, sarebbe andato a parlare con il sindaco ma quando entrò nel suo ufficio c’era anche Sergio Romano che non ebbe, secondo Santagata, neanche il coraggio di guardarlo negli occhi.

Il sindaco Bove invece a muso duro gli avrebbe riferito: “io non solo ti faccio questo, ti fermo i lavori, ma ti distruggo! Ti sarò sempre contro!

In tutte le tue cose, in tutte le tue attività, perchè io sono il sindaco e mio padre è il sanitario”.

Romano avrebbe aggiunto che “lui doveva fermare i lavori perché era arrivato un ricorso al Comune e non poteva fare a meno di fermarmi perché era un fatto politico.

Tuttavia – aggiunse Romano – lui poteva risolvere anche il problema, ecco tutto, ma sempre che io dovevo passare con la maggioranza”.

Ma Santagata avrebbe risposto: “Il cantiere mio sta a posto, la licenza sta a posto ed era legittima e non passavo in maggioranza”.

Il resto è storia attuale, con il consigliere comunale di minoranza, Sergio Romano, che, nonostante l’interdizione dai pubblici uffici in forma perpetua, giusto appello, continua ad esercitare il mandato elettorale.

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