Nuovamente sugli scudi l’eccellente produzione eno gastronomica del comprensorio caiatino. Presso la «country house» di Alvignano un tuffo nel Pallagrello prima dei piatti di Maria Mone. Il casolare. Le quattro camere per gli ospiti si chiamano Falanghina, Greco, Aglianico e Fiano, la quinta – Pallagrello – nascerà al piano superiore. E la prima colazione ci verrà servita mentre ce ne stiamo voluttuosamente immersi a piano terra nelle tinozze di abete ricolme di vino a 35 gradi: il nome di questa casertana casa di campagna («country house» per gli anglofili) non è scelto a caso, qui tutto ruota intorno all’uva; e vi ruoterà in misura maggiore a partire dalla prossima vendemmia, la prima da quando i titolari, gli imprenditori di Cardito Raffaele e Bonaventura Tralice, hanno impiantato le viti di Pallagrello rosso che circondano l’edificio acquistato come buen retiro familiare, e poi coraggiosamente trasformato in luogo di ristoro per il corpo, l’anima (e il palato). A gennaio i filari sono ovviamente spogli, ma tra brume e nebbioline mattutine l’effetto è persino più suggestivo; e il contesto gastronomico funziona già a pieno regime da quando, dopo breve rodaggio, la cucina è saldamente nelle mani di Maria Mone. Costei detiene fra l’altro il titolo di chef più «recensita» dal Critico Maccheronico: dal «Carpe Diem» della natia Piana di Monte Verna all’«Osteria dei Nobiluomini» di Capua, dal «Vintage» di Caserta all’«Ex Libris» ancora a Capua, è dal secolo scorso che la inseguo da un capo all’altro di Terra di Lavoro. Ora s’è fermata al Casolare, e ho la sensazione che ci resterà a lungo: il «carattere terribile» di cui si dice fiera non è cambiato, però se avere un carattere terribile vuol dire cucinare, acquistare i prodotti, impastare il pane, fare a mano le paste, imbottigliare gli infusi, preparare i dolci, servire il caffè in camera e le petit déjeuner mentre fai la vinoterapia, stare contemporaneamente ai fornelli e ai tavoli, allora viva il carattere terribile. Che nel nostro caso si manifesta inizialmente con gli ortaggi di stagione finemente pastellati e una brocca di fresco bianco piena di frutta e spezie da gustare nel salottino-bar prima di passare in sala: veranda per le tavolate più folte e zona più intima per pranzi o cene a due. Colori chiari, tovaglioli ricamati a mano, e in tavola pane e tulipani: fiore svettante e cestino di pani e panini (bianco, erbette, porri, al pomodorini, olive); e vassoio a forma di esse con bocconcino e ricottina di bufala tanto per metterci di buon umore, stato d’animo che si rafforza con l’arrivo del baccalà impanato nella farina di mais su puttanesca di pomodorini freschi e capperi. Adesso ci vorrebbe un menu, che a volte c’è e a volte non c’è, stasera è una volta no. Comunque, chi conosce la cucina di Maria sa che può fidarsi. E io può: arriva la fumante zuppa di fagioli cannellini con riso (Carnaroli) e salsiccia rossa di Castelpoto (uno dei presidi Slow Food che il Casolare si è impegnato a sostenere), un filo di extravergine da olive caiatine di Fontana Lupo (Ruviano), e siamo pronti a brindare. Già, con che cosa? la lista dei vini quella ovviamente c’è: tutta orgogliosamente campana, 8 spumanti, 16 bianchi, 36 rossi con tante teste di serie regionali e 3 divertenti refusi (Double per Dubl, Colli di Lappio, Pere è Palumme). Noi sorseggiamo Montesole, bollicine irpine che avremmo vieppiù apprezzato in flûte, qui proposte in calici panciuti e svasati onde esaltare il bouquet. Teniamo con diletto il Greco brut anche sul primo: ravioli ripieni di ricotta alla maggiorana su una genovese di Nero casertano in cui è decisivo l’apporto della cipolla di Alife. Ma con l’approssimarsi dei secondi (tutti di carne) è d’obbligo far stappare e ossigenare un rosso, ci pensa il giovane, professionale, sorridente Mario: studiava scienze infermieristiche ma la fobia del sangue lo ha spinto a cambiare felicemente strada (però non ordinategli mai una tartare). La nostra scelta cade una volta ancora sulle vicine Terre del Principe, in carta c’è il Vigna Piancastelli ’05 e non ce lo lasciamo sfuggire: armonioso blend di Pallagrello e Casavecchia, ma il «segreto» di Manuela e Peppe è quel po’ di appassimento in pianta che regala al nettare una sotterranea vena abboccata, ideale sia per abbinamenti in analogia che in contrasto. Analogia con la succulenza del saltimbocca di vitello ricoperto da pancetta (Tomaso Salumi) e mozzarella (più densa crema di zucca), e contrasto con gli straccetti (locena di maiale) su crema di patate e papaccelle arrostite. Sottofinale formaggesco con pecorino pirenaico (e irpino in foglie di fico, sorprendente), grana bufalino e scheggia di Conciato, vanto caseario del Casertano. Tra i dolci il tortino di Annurca e (prima d’un dito di Peyrot X. O. in ballon) una mousse di ricotta da tuffare nel vin cotto. Ma al mattino dopo saremo noi a tuffarci nel vin caldo dopo un rinfrancante massaggio di acini e mosto. Se non ora, quando? Questa è l’unica struttura del Sud interamente «dedicata» all’enoterapia. E se non ci si può bagnare due volte nello stesso fiume, nel Pallagrello torneremo volentieri a bagnarci. (Antonio Fiore – Corriere del Mezzogiorno)

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Alvignano. Enoterapia golosa al Casolare diVino

Posted on gennaio 26, 2011 by

Nuovamente sugli scudi l’eccellente produzione eno gastronomica del comprensorio caiatino. Presso la «country house» di Alvignano un tuffo nel Pallagrello prima dei piatti di Maria Mone. Il casolare. Le quattro camere per gli ospiti si chiamano Falanghina, Greco, Aglianico e Fiano, la quinta – Pallagrello – nascerà al piano superiore. E la prima colazione ci verrà servita mentre ce ne stiamo voluttuosamente immersi a piano terra nelle tinozze di abete ricolme di vino a 35 gradi: il nome di questa casertana casa di campagna («country house» per gli anglofili) non è scelto a caso, qui tutto ruota intorno all’uva; e vi ruoterà in misura maggiore a partire dalla prossima vendemmia, la prima da quando i titolari, gli imprenditori di Cardito Raffaele e Bonaventura Tralice, hanno impiantato le viti di Pallagrello rosso che circondano l’edificio acquistato come buen retiro familiare, e poi coraggiosamente trasformato in luogo di ristoro per il corpo, l’anima (e il palato). A gennaio i filari sono ovviamente spogli, ma tra brume e nebbioline mattutine l’effetto è persino più suggestivo; e il contesto gastronomico funziona già a pieno regime da quando, dopo breve rodaggio, la cucina è saldamente nelle mani di Maria Mone. Costei detiene fra l’altro il titolo di chef più «recensita» dal Critico Maccheronico: dal «Carpe Diem» della natia Piana di Monte Verna all’«Osteria dei Nobiluomini» di Capua, dal «Vintage» di Caserta all’«Ex Libris» ancora a Capua, è dal secolo scorso che la inseguo da un capo all’altro di Terra di Lavoro. Ora s’è fermata al Casolare, e ho la sensazione che ci resterà a lungo: il «carattere terribile» di cui si dice fiera non è cambiato, però se avere un carattere terribile vuol dire cucinare, acquistare i prodotti, impastare il pane, fare a mano le paste, imbottigliare gli infusi, preparare i dolci, servire il caffè in camera e le petit déjeuner mentre fai la vinoterapia, stare contemporaneamente ai fornelli e ai tavoli, allora viva il carattere terribile. Che nel nostro caso si manifesta inizialmente con gli ortaggi di stagione finemente pastellati e una brocca di fresco bianco piena di frutta e spezie da gustare nel salottino-bar prima di passare in sala: veranda per le tavolate più folte e zona più intima per pranzi o cene a due. Colori chiari, tovaglioli ricamati a mano, e in tavola pane e tulipani: fiore svettante e cestino di pani e panini (bianco, erbette, porri, al pomodorini, olive); e vassoio a forma di esse con bocconcino e ricottina di bufala tanto per metterci di buon umore, stato d’animo che si rafforza con l’arrivo del baccalà impanato nella farina di mais su puttanesca di pomodorini freschi e capperi. Adesso ci vorrebbe un menu, che a volte c’è e a volte non c’è, stasera è una volta no. Comunque, chi conosce la cucina di Maria sa che può fidarsi. E io può: arriva la fumante zuppa di fagioli cannellini con riso (Carnaroli) e salsiccia rossa di Castelpoto (uno dei presidi Slow Food che il Casolare si è impegnato a sostenere), un filo di extravergine da olive caiatine di Fontana Lupo (Ruviano), e siamo pronti a brindare. Già, con che cosa? la lista dei vini quella ovviamente c’è: tutta orgogliosamente campana, 8 spumanti, 16 bianchi, 36 rossi con tante teste di serie regionali e 3 divertenti refusi (Double per Dubl, Colli di Lappio, Pere è Palumme). Noi sorseggiamo Montesole, bollicine irpine che avremmo vieppiù apprezzato in flûte, qui proposte in calici panciuti e svasati onde esaltare il bouquet. Teniamo con diletto il Greco brut anche sul primo: ravioli ripieni di ricotta alla maggiorana su una genovese di Nero casertano in cui è decisivo l’apporto della cipolla di Alife. Ma con l’approssimarsi dei secondi (tutti di carne) è d’obbligo far stappare e ossigenare un rosso, ci pensa il giovane, professionale, sorridente Mario: studiava scienze infermieristiche ma la fobia del sangue lo ha spinto a cambiare felicemente strada (però non ordinategli mai una tartare). La nostra scelta cade una volta ancora sulle vicine Terre del Principe, in carta c’è il Vigna Piancastelli ’05 e non ce lo lasciamo sfuggire: armonioso blend di Pallagrello e Casavecchia, ma il «segreto» di Manuela e Peppe è quel po’ di appassimento in pianta che regala al nettare una sotterranea vena abboccata, ideale sia per abbinamenti in analogia che in contrasto. Analogia con la succulenza del saltimbocca di vitello ricoperto da pancetta (Tomaso Salumi) e mozzarella (più densa crema di zucca), e contrasto con gli straccetti (locena di maiale) su crema di patate e papaccelle arrostite. Sottofinale formaggesco con pecorino pirenaico (e irpino in foglie di fico, sorprendente), grana bufalino e scheggia di Conciato, vanto caseario del Casertano. Tra i dolci il tortino di Annurca e (prima d’un dito di Peyrot X. O. in ballon) una mousse di ricotta da tuffare nel vin cotto. Ma al mattino dopo saremo noi a tuffarci nel vin caldo dopo un rinfrancante massaggio di acini e mosto. Se non ora, quando? Questa è l’unica struttura del Sud interamente «dedicata» all’enoterapia. E se non ci si può bagnare due volte nello stesso fiume, nel Pallagrello torneremo volentieri a bagnarci. (Antonio Fiore – Corriere del Mezzogiorno)

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